Psyche nasce in un momento in cui l’astrazione è ancora il mio linguaggio principale, ma già attraversato da un’inquietudine.
Non cercavo una figura riconoscibile, né una forma che raccontasse qualcosa di preciso. Cercavo una presenza, una tensione interna capace di reggere lo spazio. In Psyche la forma non descrive, ma trattiene. È un corpo che non si offre, che resta chiuso, come se custodisse qualcosa che ancora non poteva emergere. Questa scultura segna un passaggio silenzioso. L’astrazione non è più un approdo, ma una soglia. Non un punto di arrivo, ma l’inizio di una domanda che avrebbe chiesto tempo per chiarirsi.
Guardandola oggi, riconosco in Psyche il momento in cui il lavoro smette di bastarsi. La forma tiene, resiste, ma comincia a chiedere altro: un confronto più diretto con il corpo, con la fragilità, con l’esposizione.